Doveva entrare in vigore quest’anno una legge della Ue per mettere freno agli esami diagnostici con la risonanza magnetica
Di «abusi generalizzati» hanno parlato gli esperti che hanno deciso di estendere la limitazione delle prescrizioni a tutti i paesi. Ma, inspiegabilmente, l’entrata in vigore del nuovo protocollo è stata spostata al 2012. Quattro anni più in là perché, fanno capire gli addetti ai lavori, gli uffici sanitari della Ue sono stati inondati di pressioni.
Dall’altra parte dell’Oceano, Edward Mc Gaffigan, Alto Commissario per il controllo del nucleare, ha dichiarato che è «disgustato dalla cultura che imperversa nella comunità medica e che spinge verso un utilizzo sempre più esasperato degli esami basati sull’imaging».
Che vuol dire Tac, risonanza, Pet, raggi x. Da noi gli ultimi a lanciare l’allarme contro l’abuso di esami sono stati proprio i radiologi durante il loro congresso qualche settimana fa. I loro dati disegnano un mondo in cui i conti non sempre tornano. Soprattutto se si mettono a confronto le cifre degli esami, i risultati degli esami e l’alto numero delle volte che questi vengono ripetuti a distanza ravvicinata. Un mix che fa lievitare la spesa sanitaria, porta fuori strada la diagnostica ufficiale e, come si preoccupa l’Organizzazione Mondiale della Sanità, espone i pazienti ad un eccesso di radiazioni.
Sono circa 40-50 milioni le prestazioni radiologiche che ogni anno si effettuano in Italia. Quasi una per ogni abitante, bambini compresi. Sono stati proprio i radiologi ad avviare un’indagine firmata dalla Società italiana di radiologia medica, l’Associazione italiana di neuroradiologia e il Sindacato nazionale dei radiologi. I risultati preliminari si basano sulle rilevazioni in sei regioni e province autonome (Marche, Toscana, Sicilia, provincia di Trento, di Bolzano e della Valle d’Aosta). Un altro dato troppo alto, dicono gli esperti, rispetto alla popolazione: in dodici mesi, tra ambulatori e Asl, sono stati richiesti 8 milioni di prestazioni radiologiche.
Il 75% dei cinquanta milioni di esami che si contano ogni anno in Italia, per i camici bianchi sono da considerarsi appropriati. Gli altri, complici la tendenza dilagante della medicina difensiva e la non correttezza delle richieste, potrebbero essere evitati. Un esame su quattro, dunque, sarebbe superfluo. L’8% della spesa sanitaria si deve proprio a queste indagini.
La Lombardia è stata una delle poche regioni che ha condotto un’indagine sugli esami specialistici: otto su dieci sono risultati inutili. Nel periodo 2001-2006 le richieste per la risonanza magnetica sono raddoppiate. «E’ esponenziale la crescita della domanda di esami - commenta Roberto Lagalla, della Società italiana di radiologia medica -. Esami per i quali si utilizzano radiazioni ionizzanti e non ionizzanti. E’ praticamente impossibile fornire una tempestiva risposta ad una simile mole di richieste. Questo, nonostante gli sforzi di adeguamento delle risorse umane, delle tecnologie e dei modelli organizzativi».
Le conseguenze, oltre alla crescita incontrollata delle uscite: l’allungamento delle liste d’attesa, l’innalzamento del rischio di errore diagnostico e il possibile incremento della dose radiante ai pazienti. Un rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità mostra un’Italia, come al solito, a tripla o doppia velocità: le donne del Sud si sottopongono ad una media di 6,2 esami radiologici durante la gestazione, quelle del Centro 5,5 e quelle del Nord 4,9.
Sul fronte dei gastroenterologi la situazione non è più rosea. Il 20-30% dei test che indagano su stomaco e dintorni non sarebbero necessari. «Abbiamo accertato l’inutilità soprattutto nei pazienti che hanno già una diagnosi – spiega Sergio Morini presidente dell’Associazione gastroenterologi ospedalieri che ha coordinato uno studio multicentrico sull’appropiatezza degli esami -. Occorerebbe seguire in modo più corretto le indicazioni delle linee guida quando, appunto, si prescrive una colonscopia. Sì se c’è sanguinamento, variazioni importanti delle funzioni intestinali, dolori addominali persistenti o anemie non spiegate. Da evitare se il gonfiore è presente da dieci anni, se si soffre di stitichezza stabile se, insomma, non ci sono stati cambiamenti importanti. Inutile anche la continua ripetizioni di analisi».
Troppe le richieste dei medici di famiglia? Troppe quelle degli specialisti? Claudio Cricelli, che guida i medici di Medicina generale, non nega una diffusa «inappropiatezza diagnostica». Fa un rapido conto e individua anche il colpevole. «Si dà molta, molta attenzione sulle prescrizioni dei farmaci - spiega – e meno sulle analisi e gli esami. Perché? Perché il volume di spesa che riguarda le radiografie e simili è, per il servizio sanitario nazionale, di circa 4-5 miliardi di euro contro i circa 19 che escono per le medicine».
Una prova, il numero dei corsi. Sono circa trenta, ogni anno, quelli previsti nel calendario dei medici per arrivare alla compilazione della ricetta corretta e non troppo costosa contro uno sulle indagini di laboratorio e le radiografie.
«Non esistono forme di aggiornamento sulla razionalizzazione delle prescrizioni e sulle nuove tecniche - aggiunge Cricelli -. E’, comunque, più facile fare un piano di contenimento sui farmaci dal momento che vengono segnati dopo una diagnosi. Gli esami, invece, servono per costruire la diagnosi. Quindi è più ampio il margine della non appropriatezza. Questo non significa che non si debba cominciare a pensare in modo fattivo a fare ordine e dare nuove linee guida». Per le casse del servizio sanitario e, soprattutto, per la salute dei pazienti.

























