Mettiamo Ordine alla Professione

mercoledì 16 luglio 2008

Il XIII Congresso Nazionale dei Tecnici Sanitari di Radiologia Medica, Riccione 23/25 ottobre, si propone di lanciare la sfida allo sviluppo delle competenze del professionista TSRM
Una sfida che deve essere raccolta soprattutto per evidenziare la crescita culturale che, accompagnata dal cambiamento evolutivo del percorso di studio, vede i nostri giovani preparati e pronti per garantire al sistema sanità il proprio apporto e alla persona quanto da essa richiesto: eccellenza professionale e azzeramento del rischio clinico.

La politica della Federazione in questi ultimi anni si è evidenziata, con la caparbietà necessaria, per il superamento di uno stereotipo troppo individuato e caratterizzato da un sistema con pochi spazi e molti ostacoli, creati appositamente per non superare barriere costruite a difesa di futili interessi e per far perdere di vista il vero obiettivo del proprio essere: l’area radiologica. Non l’area di un orto ben coltivato e non accessibile, ma un sistema che permetta una continuità di processo verso l’esterno e verso chiunque abbia bisogno di questa scienza, dalla quale le professioni interessate, fra cui quella del TSRM, non possono prescindere.

Dove ci porterà la scommessa fatta? Sicuramente, il processo può essere diviso in due momenti: il primo investe su coloro che oggi rappresentano la professione nei luoghi di lavoro. Colleghi che, attraverso un notevole sforzo, sono impegnati in un progetto formativo, che ha le caratteristiche dell’eccellenza e che si estrinseca nel ritorno sui banchi di scuola per acquisire le conoscenze mancanti ed evidenziate dal gap formativo esistente tra ieri ed oggi.
Il secondo rivolto ai nostri giovani per il superamento di una logica che la cultura universitaria lega ancora al passato con lievi e timide proiezioni al presente, mentre sottovaluta il vero obiettivo di un percorso di Laurea: quello di un professionista che, attraverso le basi cognitive necessarie, diventi precettore del cambiamento e sia in grado di ottemperare responsabilmente alle proprie attività con scienza e coscienza, perchè la vera autonomia è intrinseca al sapersi confrontare non solo con se stessi, ma anche con gli altri.
Il Sistema Sanitario nel nostro Paese ha bisogno di profondi cambiamenti e pertanto quanto di economico pesa sulle famiglie e sul sistema in generale deve essere fonte di investimento per il cambiamento. Un cambiamento che, oltre a mantenere il proprio essere, sia capace di partecipare e idealizzare quei percorsi professionalizzanti non più figli di accadimenti fortunosi, ma di standard, le cui fasi abbiano intrinsecamente la garanzia di qualità e l’azzeramento del rischio clinico.

Il nostro Congresso si presenta con due matrici importanti: quella professionale, attraverso i corsi monotematici e i corsi disciplinari, e quella istituzionale che pone alla discussione generale strategie ed obbiettivi politici. La presenza della Sanità Militare, della Protezione Civile e del volontariato fa capire quanto di buono c’era nei propositi di qualche anno fa, oggi realizzati con la partecipazione dei maggiori rappresentanti di un sistema, in cui la nostra professionalità può mettersi al servizio di chi ha bisogno, dove le procedure, le istruzioni di lavoro, le responsabilità rappresentano la panacea da utilizzare in ambito sanitario, che lontano anni luce, sta ancora decidendo quali contromisure prendere per le possibili ricadute legali.

Conoscere un sistema organizzato dove la parola d’ordine è: aiuta chi ha bisogno di aiuto, potrebbe essere il modo per aprire il chiavistello delle limitazioni di confine oggi sempre meno facenti parte di un sistema che chiede ben altro. A volte mi domando perché ci dobbiamo chiamare sanitari, se il sistema è così rigido da indicare esattamente cosa competa e cosa non, e quando torniamo a casa diventiamo e copriamo quasi tutto lo scibile della professionalità ospedaliera. Il dialogo nell’ambito del Governo Clinico non può continuare ad essere portato avanti su tavoli separati. Esperienze locali dimostrano quanto sia importante e più fruttuosa la condivisione tra le parti interessate.

Gli utilizzatori della diagnostica per immagini e, soprattutto, quanti ne hanno bisogno nell’attività complementare, devono agire in simbiosi e la nostra professione deve essere in grado di garantirla anche in termini di sicurezza. La discussione, ormai aperta, sull’innovazione dei corsi di laurea è molto lenta e anche in questo caso, probabilmente, non è ancora passato il messaggio del cambiamento e dell’evoluzione. Il tentativo di qualche anno fa di mettere ordine alla materia con una suddivisione per classi, per caratteristiche e peculiarità oggettive, oggi stride in un sistema che vede ancora, come unica soluzione, l’accorpamento dei settori disciplinari, e non considera, di fatto, che, in relazione alle competenze richieste, la diversità deve stare nella differenziazione sostanziale dei contenuti dei settori disciplinari scientifici.

Deve essere approntata al più presto una revisione dei CFU dei vari settori disciplinari, privilegiando, per tipologia di professione e di competenze richieste, la variabile dei livelli cognitivi da raggiungere che, nel nostro caso specifico, devono essere sviluppati negli ambiti di: matematica, fisica e fisica applicata, apparecchiature, informatica, ingegneria clinica. Il passaggio dal conoscere e saper effettuare una proiezione su pellicola radiografica, alla scelta di protocolli tecnici, alla conoscenza della tecnologia complessa e alla elaborazione degli esami, è avvenuto e non si può disconoscere.

La problematica relativa alle metodiche con ultrasuoni, è omai racchiusa in una nicchia, in un lembo che rischia di strapparsi molto presto. La metodica non ha più un padrone, molti clinici la usano e per alcuni aspetti hanno investito ed investono sulle professioni a loro più vicine. Abbiamo solo esperienze isolate e locali, che poco servono se politicamente non prendiamo una decisione che, ad onor del vero, deve essere influenzata dalle competenze presentate nei loro “core curricula” dai tecnici di radiologia medica di altri Paesi.

E’ vero che questo può continuare ad essere un oggetto misterioso di un sistema vecchio, ma così facendo più che non dare risposte, i medici specialisti dell’area radiologica, spostano in là il problema con il rischio di esserne sommersi, proprio per il fatto che l’Italia non è il mondo. Crediamo che, anche in questo caso, il dialogo vada aperto, coscienti che il periodo del proibizionismo alla fine ha dovuto cedere il proprio potere ad un sovrasistema che comunque aveva trovato una via di fattibilità e pertanto creato e proposto un nuovo sistema.

Giuseppe Brancato