Ogni anno si registrano in Italia circa 30 mila denunce, che i pazienti rivolgono a medici e ad operatori delle professioni sanitarie per colpe professionali o disservizi della struttura sanitaria. Secondo dati dell’ANIA, se nel 1995 si contavano circa 17mila denunce per malasanità, in più di dieci anni gli esposti hanno raggiunto la soglia di 30 mila.
In 68 casi su 100, poi, il paziente viene risarcito non tanto perché è stata riscontrata la colpa del medico o del personale sanitario, ma per mancanza di mezzi, disorganizzazione e guasti prevedibili, imputabili alla cattiva gestione dell’organizzazione sanitaria. Sul numero di vittime, in Italia non esistono stime accurate, ma le cifre, che provengono da paesi a sanità avanzata come gli USA, sono impressionanti: 98 mila morti all’anno di malasanità (Fonti USA)
Inoltre, nel nostro paese, come negli altri paesi occidentali, la maggiore consapevolezza del cittadino e la presenza di associazioni istituzionali per la difesa e la tutela dei diritti del malato, hanno provocato una crescita significativa, per alcuni un vero e proprio boom, delle cause intentate dai pazienti o dai loro familiari alle aziende e agli operatori sanitari, che ha cominciato ad affollare vieppiù le aule dei tribunali.
In questa situazione si consuma anche il dramma del personale sanitario, che scopre, il più delle volte con sorpresa, di non essere completamente tutelato. Infatti, il premio assicurativo contratto dall’azienda sanitaria copre solamente in parte l’operatore sanitario e il medico, che si trovano coinvolti in una situazione di malasanità. Se, infatti viene dimostrata la colpa grave, il risarcimento del danno e l’intero iter legale e processuale gravano sul lavoratore, che va incontro, oltre alla crisi professionale, vissuto per lo più in solitudine, anche a spese legali di notevole entità.
Una condizione questa che ha spinto le assicurazioni ad aumentare il premio con il pericolo per cui la malasanità può diventare la nuova frontiera delle speculazioni organizzate e delle frodi. A questo si aggiunge anche il comportamento dell’autorità giudiziaria che, da quanto si può leggere dalle sentenze più recenti, si muove verso una posizione indirizzata al più alto risarcimento individuale. Cosa fare allora di fronte ad uno scenario di questo tipo? “La scelta migliore – dice Giuseppe Brancato, presidente della Federazione TSRM - è quella di far rispettare certamente dall’azienda sanitaria le procedure di controllo del rischio, per creare ambienti che siano sicuri e capaci di tutelare al meglio gli operatori sanitari e i pazienti, ma soprattutto è necessario prevenire tali situazioni o l’esposizione al rischio dell’errore e della colpa grave individuale stimolando le associazioni e le istituzioni professionali dei lavoratori sanitari a stipulare convenzioni per premi assicurativi che tutelino meglio i loro aderenti, in particolare per tutti quei casi in cui non risultano coperti dall’assicurazione stipulata dall’azienda sanitaria presso la quale lavorano. Una scelta responsabile e dettata dal buon senso – conclude Brancato – perché, se di fronte alla contrattazione individuale, il pagamento del premio è alto, non lo è, se il contratto assicurativo è frutto di una convenzione con le istituzioni di categoria dei professionisti sanitari. Ciò permette, infatti, di abbassare significativamente i costi del premio, riuscendo ad ottenere il premio più vantaggioso e con le migliori forme di tutela personale”.
























